Dicono che questa sia la storia più bella di Halo. È possibile dato che delle precedenti non ricordo assolutamente nulla, segno che, tutto sommato, così memorabili non dovevano essere. Certo, questo non vuol dire che quella di Reach si metta d’impegno a farsi ricordare.
Del resto come poter costruire una narrazione convincente con un personaggio principale storicamente vuoto? (Protagonista di Reach non è Master Chief ma un suo surrogato, ancora più essenziale nella caratterizzazione: una vacuità dichiarata fin dal nome, dato che non è degno nemmeno di un “Mario Elmettoverde” o “Erminio Ottone” qualunque, ma viene indicato con un semplice numero). D’accordo, per quanto discutibile, quella del protagonista “vuoto” è una scelta fatta in piena coscienza e con coerenza da dieci anni. Ma cosa dire dei personaggi di contorno così rozzi e vaghi dal sembrare abbozzati con lo spartan laser più che con lo scalpello? Eppure è a loro, alla loro caratterizzazione, che viene affidata la salvezza di Reach, inteso tanto come pianeta che come titolo.
Il pianeta cade. E il videogioco? Continue reading